Micotossine nei cibi plant-based: analisi su 212 prodotti e cosa significa per i consumatori

Uno studio collegato a Università di Parma e Cranfield University ha rilevato micotossine in 212 prodotti plant-based: le quantità sono ridotte, ma conta quanto spesso li consumiamo.

Il crescente successo degli alimenti plant-based ha messo in primo piano un tema spesso trascurato: la presenza di micotossine sostanze prodotte naturalmente da alcune muffe che possono contaminare ingredienti di origine vegetale. Un’indagine scientifica condotta con il coinvolgimento dell’Università di Parma e della Cranfield University offre una fotografia aggiornata e composita del fenomeno, invitando a guardare oltre il singolo prodotto per considerare come e quanto lo consumiamo nel tempo.

I risultati, pubblicati sulla rivista Food Control segnalano la presenza diffusa ma contenuta di micotossine in una vasta gamma di alternative vegetali. Non è un motivo di allarme, chiariscono gli studiosi, quanto piuttosto un invito a ragionare sull’esposizione cumulativa soprattutto per chi costruisce la propria dieta prevalentemente o esclusivamente su prodotti di questo tipo.

Lo screening scientifico: 212 prodotti plant-based sotto la lente

La ricerca ha preso in esame 212 prodotti a base vegetale includendo alternative alla carne e bevande vegetali comunemente disponibili. Ciò che emerge è una costante: in ogni campione analizzato è stata rilevata almeno una micotossina di origine naturale, in quantità contenute. Questo dato va interpretato alla luce di un’evidenza generale: cereali, legumi e semi, ingredienti cardine di molte preparazioni plant-based, possono entrare in contatto con muffe durante fasi come coltivazione e stoccaggio favorendo la comparsa di queste sostanze.

Sul piano scientifico, non sorprende che un tracciamento capillare individui tracce pressoché ovunque. Il punto non è tanto la presenza in sé, quanto il livello di esposizione complessiva che deriva dalle abitudini alimentari. In altre parole, un singolo prodotto con quantità ridotte comporta un rischio molto contenuto; lo scenario cambia se il consumo è molto frequente e riguarda numerose referenze con profili similari.

Micotossine: cosa sono e perché compaiono nei vegetali

Le micotossine sono composti prodotti da alcune specie di muffe e possono depositarsi su materie prime agricole quando le condizioni ambientali ne favoriscono lo sviluppo. Ciò non significa che i cibi vegetali siano “problematici” per definizione: come sottolinea la letteratura scientifica, si tratta di sostanze naturalmente presenti e la loro individuazione rientra nei normali processi di controllo qualità. Nel quadro di un’alimentazione varia ed equilibrata, il loro rinvenimento a basse concentrazioni non implica automaticamente un rischio per la salute.

Dal singolo assaggio al quadro d’insieme: l’attenzione si sposta sull’esposizione nel tempo

Gli autori dello studio orientano l’analisi su un concetto chiave: l’esposizione cumulativa. È qui che si gioca la valutazione più delicata. Se un prodotto isolato, con tracce ridotte, difficilmente pone problemi, un consumo abituale e abbondante di molteplici alimenti analoghi potrebbe aumentare il carico complessivo di micotossine assunte. La questione riguarda quindi lo stile alimentare della persona e non solo l’etichetta del singolo prodotto, e richiede valutazioni basate su profili reali di consumo.

Il messaggio non è di rinuncia, bensì di consapevolezza: un approccio informato, attento alla varietà e alla qualità delle scelte, aiuta a mantenere l’esposizione su livelli contenuti. In questo quadro, la ricerca evidenzia l’utilità di approfondire gli scenari di rischio in relazione alle diverse abitudini della popolazione, per fornire strumenti oggettivi a chi decide le politiche di sicurezza alimentare e a chi, ogni giorno, riempie il carrello.

La posizione degli esperti

Il quadro interpretativo è sintetizzato da una delle voci coinvolte. «Le micotossine sono naturalmente presenti negli alimenti e non possono essere completamente evitate.» ricorda Andrea Patriarca docente senior di micologia presso la Cranfield University. «Il nostro obiettivo è fornire consulenza ai decisori politici e sensibilizzare i consumatori più vulnerabili.» Un passaggio che sottolinea come la ricerca non intenda creare allarmismi, ma tradurre i dati in indicazioni utili per tutela e prevenzione.

Dalla ricerca alla valutazione del rischio: perché contano le abitudini alimentari

In collaborazione con l’Università di Parma i ricercatori stanno lavorando a stime del rischio basate su pattern di consumo differenziati. È un passaggio cruciale per trasformare la fotografia dei campioni analizzati in una mappa di esposizione reale, capace di distinguere tra chi integra saltuariamente questi prodotti e chi, invece, li assume in modo regolare e prevalente. L’obiettivo è costruire una base di conoscenza che possa orientare Linee guida e campagne di informazione mirate verso i gruppi più esposti.

Nel frattempo, alcune buone prassi aiutano a contestualizzare i risultati: variare le fonti proteiche, alternare referenze differenti e prestare attenzione alla qualità complessiva dell’alimentazione. Questi accorgimenti, coerenti con l’impostazione dello studio, puntano a contenere la possibile somma delle esposizioni nel tempo. Il monitoraggio scientifico proseguirà per affinare gli strumenti di valutazione e mettere a disposizione dei decisori elementi sempre più precisi, nell’ottica di un miglioramento continuo della sicurezza alimentare.

Con il supporto di analisi condotte da realtà accademiche come l’Università di Parma e la Cranfield University il dibattito può evolvere su basi oggettive, evitando allarmismi e valorizzando scelte informate.

Scritto da Edoardo Castellucci

Benzina a prezzi stracciati: il segreto del distributore comunale di Valle Castellana