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Cous cous di pace: Shady e Tze’ela conquistano il podio a San Vito

Shady Hasbun e Tze’ela Rubinstein hanno unito le loro radici per vincere il cous cous mondiale, dimostrando che la cucina può superare le divisioni.

Quando la tensione geopolitica sembra impossibile da superare, una tavola può rivelarsi il luogo più inaspettato per un dialogo. È proprio quello che è avvenuto a San Vito Lo Capo, dove due chef provenienti da contesti opposti, Shady Hasbun, palestinese di 46 anni residente ad Arezzo, e Tze’ela Rubinstein, israeliana di 48 anni naturalizzata italiana e proprietaria di una scuola di cucina a Lucca, hanno conquistato il primo posto nella 29ª edizione del Cous Cous Fest.

Il loro piatto, intitolato Il gusto dell’altro ha mostrato come la cucina possa diventare un ponte tra culture che da tempo vivono in conflitto.

Il campionato, che si svolge ogni anno sulla spiaggia di San Vito Lo Capo e richiama oltre ventimila spettatori, è considerato il più prestigioso per la disciplina del cous cous. Quest’anno, la squadra formata da Hasbun e Rubinstein ha superato otto nazioni, portando a casa la medaglia d’oro con una ricetta che fonde ingredienti tipici della tradizione palestinese, israeliana e toscana, dimostrando che la gastronomia può raccontare storie di convivenza.

Il trionfo al Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo

La finale si è tenuta nella suggestiva cornice della baia siciliana, con giudici internazionali che hanno valutato le proposte sulla base di gusto, originalità e capacità di narrare un messaggio. Il piatto di Hasbun e Rubinstein ha colpito per la sua complessità equilibrata: da un lato una fresca insalata di cous cous al cocomero, menta, olio toscano e labneh; dall’altro un kubbeh caldo, speziato, ripieno di carne di manzo e agnello arricchito da pinoli tostati. Il tutto è stato completato da una generosa colata di salsa tahina simbolo di unione.

Dettagli tecnici della ricetta vincente

Il cous cous, preparato con grano duro semola, è stato cotto al vapore per mantenere una consistenza leggera. Il cucchiaio di melone ha introdotto una nota di dolcezza tipica delle estati mediorientali, mentre la menta fresca ha apportato freschezza. Il labneh formaggio cremoso di origine mediorientale, ha conferito una leggera acidità, bilanciata dall’olio extravergine di oliva toscano. Il kubbeh, invece, è stato impanato e fritto, garantendo una crosta croccante che avvolgeva un ripieno di carne aromatizzata con cumino, coriandolo e cannella, richiamando i sapori della Palestina e di Israele.

Il percorso di due chef oltre le ostilità

Shady Hasbun e Tze’ela Rubinstein si sono incontrati per la prima volta nel 2022, al medesimo Cous Cous Fest, senza alcun preconcetto romantico o politico. Entrambi erano in Italia per motivi di lavoro: Hasbun gestiva un ristorante ad Arezzo, mentre Rubinstein conduceva una fattoria didattica a Lucca. La loro collaborazione è nata lentamente, tra prove di cucina e confronti culturali, ma le radici profonde del conflitto tra i loro popoli hanno rappresentato un ostacolo costante.

Le famiglie di entrambi hanno espresso diffidenza, temendo che la partnership potesse essere interpretata come una presa di posizione politica. Hasbun, arrivato in Italia durante la Seconda Intifada, ricorda ancora le tensioni con amici e parenti palestinesi, mentre Rubinstein sente il peso delle aspettative della sua comunità israeliana. Nonostante ciò, i due hanno deciso di proseguire, sostenendosi a vicenda e utilizzando la cucina come spazio di dialogo dove poter parlare apertamente delle proprie esperienze.

Un messaggio di pace racchiuso in un piatto

L’idea alla base di Il gusto dell’altro è stata di mostrare che identità diverse non devono necessariamente scontrarsi, ma possono coesistere in armonia. Il piatto non pretende di cancellare le ferite della guerra; piuttosto, invita a riconoscere le differenze, a gustarle e a trasformarle in un punto di contatto. “Il nostro lavoro ai fornelli è un piccolo pertugio”, afferma Hasbun, sottolineando che la cucina non è una soluzione magica, ma un luogo dove è possibile immaginare una convivenza più serena.

Rubinstein, d’altro canto, sostiene che “i loro popoli possono e devono collaborare, dialogare e ascoltarsi”, e ritiene che la loro vittoria sia una prova concreta di ciò. La ricetta, arricchita dall’influsso toscano che entrambi hanno assorbito, celebra la fusione di due tradizioni culinarie senza rinunciare a nessuna delle due, dimostrando che la convivenza è possibile anche fuori dal contesto politico.

Scritto da Edoardo Castellucci

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