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Giovani del mondo al centro di Torino per Terra Madre 2026

Torino si è trasformata in un crocevia di culture grazie a giovani produttori che mostrano come il cibo può cambiare il mondo.

Dal 24 al 27 aprile il centro storico di Torino ha ospitato la sedicesima edizione di Terra Madre un raduno internazionale che ha riunito più di 1.500 delegati provenienti da 120 paesi. L’evento, celebrato in concomitanza con il 40° anniversario di Slow Food e i 30 anni del Salone del Gusto, ha trasformato piazze, vie e mercati in un grande palcoscenico di scambio culturale e gastronomico.

Qui, i giovani protagonisti – produttori, chef, torrefattori e ricercatori – hanno potuto sperimentare, raccontare e difendere le loro pratiche, dimostrando che il cibo è un ponte capace di superare barriere linguistiche e geografiche.

Numeri e protagonisti: Terra Madre 2026 a Torino

Durante i quattro giorni sono stati allestiti più di 600 stand, tra cui spazi dedicati a prodotti di strada, birre artigianali e creare un vero mercato della biodiversità. Oltre 1.000 incontri – conferenze, workshop, degustazioni – hanno offerto al pubblico l’opportunità di approfondire temi quali l’agroecologia, la conservazione delle varietà locali e le sfide legate al cambiamento climatico. La partecipazione delle istituzioni, con il Presidente della Repubblica in apertura, ha sottolineato l’importanza della biodiversità come chiave per la sopravvivenza del pianeta. Il supporto della Regione Piemonte e del Comune di Torino ha garantito una logistica impeccabile, rendendo la città un vero laboratorio vivente di sostenibilità.

Storie di giovani produttori in prima fila

Dal Sud-est asiatico la voce degli Akha

Ayu Cheupa, torrefattore della comunità indigena Akha di Chiang Mai, è arrivata a Torino con l’intento di dare visibilità alle proprie radici. Nel suo stand ha presentato caffè coltivati secondo pratiche tradizionali, spiegando come la lavorazione responsabile sostiene sia l’economia locale sia la conservazione del territorio. «Qui a Torino ho sentito che la diversità non è solo un concetto, ma una pratica quotidiana», ha sottolineato, aggiungendo che la città le ha permesso di parlare della sua gente senza sentirsi un “estraneo”. La sua testimonianza ha evidenziato il ruolo del cibo come strumento di empowerment per le comunità indigene.

Una chef nigeriana alla scoperta di nuove tradizioni

Eniola Okeola, giovane chef di pasticceria proveniente da Ibadan, ha approfittato dell’evento per confrontarsi con culture culinarie diverse. Tra le esperienze più sorprendenti, la chef nigeriana ha assaggiato una marmellata di olive preparata da un collega turco, scopriendo che ingredienti comuni possono assumere sapori inaspettati. «Il nostro linguaggio è il cibo, ma le parole cambiano da un paese all’altro», ha dichiarato, evidenziando come la creatività e la collaborazione internazionale possano arricchire le tradizioni gastronomiche di tutti.

Ingegnera colombiana e l’agroecologia come rivoluzione

Angie Marieth Rengifo Peña, ingegnere agronomo della Valle del Cauca, ha presentato un progetto di agricoltura rigenerativa che coinvolge piccoli contadini nella produzione di varietà locali. Il suo obiettivo è sensibilizzare le persone verso uno stile di vita più semplice e sostenibile, dimostrando che la resilienza delle filiere può nascere dal rispetto della biodiversità. Durante le sessioni di discussione ha sottolineato come la collettività di giovani visionari stia già “seminando utopia per raccogliere realtà”, in linea con la visione di Carlo Petrini.

Biodiversità, pace e futuro: il messaggio di Slow Food

Il tema centrale dell’edizione, Biodiversity – Be Diversity è stato rafforzato da discorsi istituzionali che hanno ricordato la biodiversità come sfida cruciale per la sopravvivenza del pianeta. Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, ha evidenziato come il cibo possa fungere da veicolo di pace tra i popoli, citando testimonianze di persone colpite da conflitti che hanno trovato nella cucina un modo per raccontare la propria storia. L’iniziativa Arca del Gusto presentata in piazza Castello, ha mostrato centinaia di prodotti a rischio estinzione, consolidando il legame tra conservazione e consumo consapevole. Torino ha dimostrato di saper accogliere questa visione, trasformando il proprio cuore urbano in un simbolo di cooperazione globale e di speranza per un futuro in cui la diversità culturale sia la base di una società più equa e resiliente.

Scritto da Edoardo Castellucci

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