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Olio, record negativo per la raccolta di olive: colpa del clima

olio

Il cambiamento climatico sta influenzando la produzione alimentare: dal vino, alla birra, fino ad arrivare all'olio d'oliva. Scopriamo insieme perché.

Una delle verità scomode sul cambiamento climatico è che, indipendentemente dal fatto che si creda o meno nella sua esistenza, bisogna comunque affrontarne le conseguenze. Questo fenomeno, infatti, sta influenzando in particolare la produzione alimentare – dal vino, alla birra, ai tartufi, ai gamberetti. E ora, è possibile aggiungere un altro prodotto molto amato – specialmente in Italia – a questa lista: l’olio d’oliva.

Il ruolo del cambiamento climatico

A questo proposito, i dati raccolti dal gruppo agricolo Coldiretti riguardo la produzione di olio in Italia non sono molto rincuoranti. Durante la stagione, il nostro paese ha avuto quello che è probabilmente il suo peggior raccolto di olio d’oliva in 25 anni, con un calo del 57% rispetto all’anno precedente. E Riccardo Valentini, direttore del Centro euromediterraneo per i cambiamenti climatici, crede di conoscerne il motivo. “Sulla base delle osservazioni effettuate, risulta chiaro che le variazioni di clima e temperatura siano il principale fattore che influisce sulla produttività alimentare”, ha dichiarato l’esperto.

I continui cambiamenti di clima, infatti, spesso sfociano in eventi meteorologici estremi, che compromettono le colture. Nell’ultimo anno e mezzo, l’Italia ha dovuto affrontare anomalie stagionali come siccità, inondazioni e temperature rigide che sarebbero costate all’industria dell’olio d’oliva più di 1 miliardo di euro.

Olio: la produzione in Europa

Le difficoltà legate alla raccolta di olive hanno colpito, in realtà, anche altri paesi quest’anno. Secondo i dati della Commissione Europea, infatti, la produzione della Grecia è calata del 42%, mentre quella del Portogallo del 20%. Le variazioni climatiche, inoltre, influiscono non solo sulla quantità di olive raccolte, ma anche sulla qualità. Questo problema è percepito soprattutto in Grecia, dove Vasilis Pyrgiotis, rappresentante del gruppo di agricoltori del Copa Cogeca, esprime le sue preoccupazioni: “La maggior parte dell’olio di oliva greco è considerato “extra vergine“, ma non è certo, col passare del tempo, che continuerà a rimanere tale”.

Infatti, l’unico aspetto positivo è che, se parliamo di olio d’oliva generico, allora non ci troviamo davanti a un pericolo imminente. Secondo il Consiglio oleicolo internazionale, la Spagna, di gran lunga il primo produttore mondiale di olio d’oliva, ha prodotto quasi 1,26 milioni di tonnellate nell’ultimo raccolto. Gli unici altri tre paesi europei degni di nota sono stati l’Italia con 428.900 tonnellate, la Grecia con 346.000 tonnellate e il Portogallo con 134.800 tonnellate. Quest’anno, tuttavia, la Commissione Europea prevede che la produzione spagnola potrebbe salire a 1,76 milioni di tonnellate – potenzialmente pari a un terzo della produzione globale. Tuttavia, questa crescita in Spagna è stata causata dal passaggio alla coltivazione intensiva di olivi, che può però avere altre conseguenze, tra cui una minore biodiversità. Di conseguenza, la produzione di olio di oliva non finirà – ma potrebbero esserci meno opzioni tra cui scegliere.

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